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Avv. Stefano Zoia

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venerdì 16 ottobre 2009

Danni Autostradali

Per un caso di cd. insidia autostradale, si segnala Giud. pace Portici 28 giugno 2004, nel quale essa assurge a causa di risarcimento in capo all’ente proprietario dell’autostrada, e ciò in virtù del contratto di pedaggio utente – ente proprietario, che concretizza nel primo l’aspettativa a che la sede autostradale non presenti situazioni pericolose.In argomento, leggasi l’apripista Cass., 298/2003: “Con riguardo ai danni subiti da utenti di autostrade, trova applicazione l’articolo 2051 c.c. nei confronti della pubblica amministrazione proprietaria dell’autostrada, ovvero del concessionario, in quanto il bene è oggetto di uso diretto e generale ed ha estensione tale da non consentire una vigilanza idonea ad evitare l’insorgenza di situazioni di pericolo; e che, per contro, una violazione del generale principio del neminem laedere e dell’articolo 2043 c.c. intanto sia configurabile in quanto l’ente proprietario o gestore abbia provocato o non abbia rimosso una situazione di pericolo occulto (insidia o trabocchetto), la quale ricorre in presenza dei requisiti della non visibilità e della non prevedibilità”.Sul punto dell’insidia stradale autorevolmente, così si è espressa Corte cost., n. 156/1999: «Il proprietario delle cose che abbiano cagionato danno a terzi è responsabile ai sensi dell’art. 2051 c.c. solo in quanto ne sia custode, e dunque ove egli sia stato oggettivamente in grado di esercitare un potere di controllo e di vigilanza sulle cose stesse. Ciò basta a rendere ragione dell’approdo ermeneutico, ribadito anche di recente dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui alla pubblica amministrazione non è applicabile il citato articolo, allorché sul bene di sua proprietà non sia possibile – per la notevole estensione di esso e le modalità d’uso, diretto e generale, da parte dei terzi – un continuo, efficace controllo, idoneo ad impedire l’insorgenza di cause di pericolo per gli utenti. S’intende – e in alcune sentenze ciò viene sottolineato – che la “notevole estensione del bene” e “l’uso generale e diretto” da parte dei terzi costituiscono meri indici dell’impossibilità d’un concreto esercizio del potere di controllo e vigilanza sul bene medesimo; la quale dunque potrebbe essere ritenuta, non già in virtù d’un puro e semplice riferimento alla natura demaniale e all’estensione del bene, ma solo a seguito di un’indagine condotta dal giudice con riferimento al caso singolo, e secondo criteri di normalità. Con tale interpretazione si rimane indubbiamente nell’ambito del sistema codicistico della responsabilità extracontrattuale, venendosi solo a precisare – in conformità alla evidente ratio dello stesso art. 2051 – i limiti dell’operatività di uno dei particolari criteri d’imputazione previsti dal codice civile in luogo di quello generale posto dall’art. 2043» (conformi, la recente Cass., 2 febbraio 2007, n. 2308, e le capitali Cass., nn. 15383 e 15384/2006, ed id., 20 febbraio 2006, n. 3651; Cass., 13 luglio 2005, n. 14749, idd., 23 luglio 2003, n. 11446, 15 gennaio 2003, n. 488; 13 gennaio 2003, n. 298; 31 luglio 2002, n. 11366; 13 febbraio 2002, n. 2074; 13 febbraio 2002, n. 2067; 21 dicembre 2001, n. 16179; 20 novembre 1998, n. 11749; 28 ottobre 1998, n. 10579; 22 aprile 1998, n. 4070; 27 dicembre 1995, n. 13114; 21 gennaio 1987, n. 526; 4 aprile 1985, n. 2319; 30 ottobre 1984, n. 5567, 3 giugno 1982, n. 3392; 7 gennaio 1982, n. 58; tra la giurisprudenza di merito, Trib. Bari, 1 febbraio 2007, Trib. Nola, 21 novembre 2006, Trib. Foggia, 17 agosto 2006, Trib. Palermo, 28 giugno 2006, Trib. Rimini, 13 aprile 2006, Trib. Milano, 3 marzo 2004, Trib. Brindisi, 11 dicembre 2003, Giud. pace Segni, 18 maggio 2002, Trib. Venezia, 12 maggio 2003, Trib. Cagliari, 27 luglio 2000, Pret. Torino, 27 gennaio 1997; Giud. Pace Reggio Calabria, 26 marzo 1997, id., 18 marzo 1997, Pret. Monza, 29 novembre 1986).

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